Ripercorrendo il Teeteto di Platone vorremmo tentare di immergerci nel significato del termine conoscenza. Questo percorso ci porterà a scoprire il valore della diversità, arrivando infine al socratismo perenne, il quale si presenta come uno sprone per la ricerca e la scienza e non come il lasciapassare per il relativismo.
Da più parti riceviamo appelli a rispettare la diversità: rispetta la cultura degli altri, le sue scelte politiche, sessuali, di uso del denaro, della modalità di divertimento. È qualcosa che ci viene detto in ogni ambiente formativo: dai programmi tv alla scuola, dalla Chiesa all’Onu: la diversità è una ricchezza, bisogna rispettare gli altri, anche se non sono come noi. È sufficiente sostenere questo per valorizzare veramente le altre persone? È proprio vero che le diversità arricchiscono, e in che senso? Se ognuno ha la sua opinione ed è libero di pensare come vuole, perché le opinioni degli altri dovrebbero essere utili?
Il Teeteto di Platone sembra rispondere a tutte queste domande, dando loro un fondamento e una visione più ampia. Il fulcro del dialogo platonico si basa sulla seguente domanda: che cos’è la conoscenza? Se non capiamo che cos’è la conoscenza, non sapremmo che cosa farcene della diversità delle opinioni altrui, se è possibile dire o meno il falso, se esiste la verità e che apporto ci possono dare gli altri per perseguirla.
Il dialogo si apre con l’ipotesi che la conoscenza sia equivalente alla sensazione, per cui chi ha la sensazione di una cosa, allora la conosce. Questa teoria si rifà a Protagora, il quale sostiene che di tutte le cose è misura l’uomo. Allargando poi questa teoria a quella eraclitea, secondo cui tutto diviene, allora nessuno può mai fare esperienza della stessa cosa, in quanto in ogni istante che passa si è diversi e le cose di cui si fa esperienza sono diverse, quindi ciò di cui si fa esperienza è sempre la verità. Ai giorni nostri questa tesi è molto diffusa, probabilmente alberga dentro la maggior parte di noi. È la tesi secondo cui ognuno è libero di pensare come vuole, che le opinioni si equivalgono e che non esiste la verità perché ognuno ha la sua.
Qui Socrate pone una domanda assai ironica, ma che evidenzia bene le lacune di questa tesi: «come mai, principiando quel suo libro su la Verità [dove sosteneva che di tutte le cose è misura l’uomo], non abbia detto così, che “di tutte le cose è misura il porco”?»
Se semplicemente provando delle sensazioni si riesce a conoscere le cose, allora anche gli animali dovrebbero esserne in grado. Se si porta avanti questa tesi, ci si accorge inoltre che non sarebbe possibile a nessuno giudicare le azioni degli altri, in quanto solo chi vive in prima persona una cosa può averne piena conoscenza. Eppure durante la nostra vita costantemente giudichiamo gli altri e pensiamo che il nostro pensiero abbia valore in merito a quella particolare cosa. Infine, se tutte le opinioni si equivalgono, perché ognuno ha la propria idea su quello che esperisce ed è quella vera, allora non si potrebbe neanche sostenere che c’è qualcuno più sapiente di un altro.
« Se per ognuno sarà vera quella opinione ch’egli si forma da ciò che sente, né quel che capita a uno sarà capace un altro di giudicare meglio di quello, né mai alcuno avrà maggiore autorità di valutare l’opinione di un altro se è vera o falsa, bensì, come s’è detto più volte, ciascuno potrà avere opinione di ciò solo che veramente lo tocchi […] perché mai, o amico, Protagora soltanto aveva da essere sapiente sì da credersi in diritto di far da maestro agli altri e di farlo così a gran prezzo, […] dal momento che è misura ciascuno del proprio sapere? »
Dicendo che di tutte le cose l’uomo è misura, Protagora cade nella classica aporia relativista, in cui nega in actu signato la verità, ma l’afferma in actu exercito: afferma che non ci sono verità, ma pretende che questa sua affermazione sia valida universalmente. Nella stessa aporia cade chi sostiene che tutte le opinioni si equivalgono, che ognuno ha la sua verità e che non bisogna giudicare gli altri.
« Protagora, relativamente alla propria opinione [che l’uomo è misura], in quanto riconosce che tutte le opinioni degli uomini sono vere, viene ad ammettere che sia vera anche la opinione di coloro che alla sua si oppongono e per la quale essi ritengono che egli abbia opinione falsa. »
Nella conoscenza sembra quindi determinante il ruolo dell’anima, la quale ci permette di ricordare quello che abbiamo esperito, di giudicare l’azione di un terzo, di aver presenti le cose nel loro divenire e infine di governare le affezioni. Non si vede con gli occhi, ma attraverso di essi: serve l’anima per dare un principio alle cose di cui facciamo esperienza.
« Dunque vi sono sensazioni che uomini e bestie hanno da natura subito appena nati, e sono tutte quelle affezioni che giungono fino all’anima, attraverso il corpo; ma quel che l’anima, riflettendoci su, riesce a scoprire intorno a codeste affezioni, relativamente all’essere loro e alla loro utilità, tutto ciò a gran stento si raggiunge, e col tempo e dopo molta esperienza e istruzione, da quei pochi che pur lo raggiungono. »
Qui Socrate ci fa vedere come sia completamente ribaltata la tesi iniziale: per entrare in possesso di che cos’è l’essere, per cogliere la verità, serve tutt’altro che l’immediatezza della sensazioni, è necessaria esperienza e istruzione per mettere assieme le varie affezioni tra di loro. Sensazione e conoscenza non potranno mai essere la stessa cosa perché la sensazione è qualcosa di particolare, d’immediato, che non si rifà alla totalità, quindi è qualcosa di caduco.
Verso la fine del dialogo Socrate sostiene che la conoscenza è l’opinione vera accompagnata da ragione. Per conoscere una cosa non è sufficiente dire il vero, ma è necessario entrare il più possibile nell’essenza della cosa. Prendendo l’esempio del carro che è composto da cento pezzi, Socrate sostiene che non è cosa falsa dire che il carro è formato da due ruote, un timone e degli assi, ma è tutt’altra cosa avere la conoscenza del carro: per conoscere il carro bisognerà aver presente tutti cento i pezzi.
Conoscere non è quindi la sensazione immediata della cosa, ma l’entrare in contatto con essa, capire le sue parti, darsi un perché dei suoi cambiamenti nel tempo. L’Altro non è indifferente nella ricerca della verità di che cos’è il carro, non è indifferente nel processo di conoscenza. L’esperienza degli altri ci permette di entrare in contatto con la loro esperienza della cosa che si sta prendendo in esame. Per conoscere l’intero è necessario conoscere le parti e viceversa, perché ogni cosa acquista valore solo se si comprendono le relazioni in cui è immersa. Questo la sensazione non ci permette di farlo, l’anima invece sì.
Ecco che si presenta a noi anche la dialettica tra opinione e scienza: l’opinione sarà la conoscenza caduca della cosa, che non ha presente l’unione delle parti, invece la scienza sarà la conoscenza sistematica della cosa, secondo verità. È mai possibile arrivare alla scienza della cosa, alla cosa in sé? Secondo Platone no, ci si può solo avvicinare il più possibile ad essa e quindi si sarà sempre ignoranti in qualcosa riguardo a un determinato oggetto.
« Non è possibile che dica cosa veruna a norma di conoscenza chi prima non sia penetrato a fondo di ciascuna cosa, insieme con vera opinione, attraverso gli elementi che la compongono […]. E così anche del carro noi possiamo, sì, aver giusta opinione; ma solo chi riesca, scorrendo per quei suoi cento pezzi, a definirne l’essenza, solo costui all’opinione vera avrà aggiunta, con codesto, anche la ragione; e della natura del carro, anziché una mera opinione, avrà insieme scienza e conoscenza, essendo penetrato fin dentro al tutto attraverso gli elementi. »
Aver scienza della cosa, possederne un’opinione vera accompagnata da ragione, significa interpretare la differenza che quella cosa ha rispetto a tutto il resto. Nel compiere un’interpretazione, cade però il palco di tutta l’argomentazione: l’aver ragione della cosa non è un atto personale? Si giungerebbe a dire che conoscenza è retta opinione accompagnata da conoscenza. L’opinare qualcosa di vero accompagnato da ragione non significa altro che cercare di opinare il vero con una presunta aggiunta di veridicità. Chi è però che stabilisce quando si è davvero di fronte all’essenza della cosa? Chi mai si discosterà dalla sua opinione e raggiungerà la verità? Ecco quindi che Socrate e i suoi interlocutori non arrivano a conoscere che cos’è la conoscenza, ma a conoscere cosa che essa non è.
« Se cogliere di una cosa vuol dire “conoscere”, e non già solo “opinare” la differenza di detta cosa, allora, caro figliolo, sarebbe una meraviglia, perché avremmo scoperto la più bella tra le ragioni di conoscenza: infatti conoscere, mi pare, è cogliere conoscenza; non è così? […] E allora colui, naturalmente, interrogato che cosa è conoscenza, risponderà che è retta opinione con conoscenza di differenza: perché aggiunta di ragione vorrebbe dire proprio questo, chi segua l’interpretazione sua. »
Il punto di arrivo non è però una posizione relativistica, ma il cosiddetto socratismo perenne: non riesco a definire la conoscenza perché non sono mai in possesso di essa, ho sempre e solo una visione parziale, un’opinione di essa. Certo, ci sono opinioni che hanno più valore di altre, ma questo non mi permette di arrivare all’essenza della conoscenza stessa.
Ecco quindi che chiudendo questo percorso possiamo riprendere in mano ciò che la nostra società ci propone e vederlo in un’ottica più sistematica e che cerca di avvicinarsi alla realtà delle cose. La differenza e la diversità arricchiscono e quindi bisogna rispettare gli altri, non perché siamo in preda ad un mero irenismo incondizionato, ma perché l’Altro, come noi, è sempre ad un punto della ricerca della verità, non è mai alla fine e nemmeno all’inizio. Siamo tutti collegati, dunque l’esperienza dell’Altro mi può aiutare, è da comprendere e far mia. Rispettare l’altro non vuol dire tollerarlo, ma accettare la sua vita, la sua esperienza e cercare di comprendere in che cosa mi può aiutare per rendermi coerente, per rendermi più vero.
27 gennaio 2021
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