Cercare il vero amore con Platone

 

Il Simposio di Platone rimane una delle opere più note e significative sul tema dell'amore. Ogni volta che lo si legge, si scopre qualcosa di nuovo su uno degli argomenti cardine della vita umana. Le differenti prospettive, riportate dai diversi elogi sull'Amore presenti nel dialogo, fino alla profonda riflessione di Diotima raccontata da Socrate, permettono di ragionare su questo concetto da differenti angolature; di scavare all'interno di una delle maggiori e più affascinanti pulsioni dell'essere umano, se non della natura nella sua complessità. 

 

 

Nella classifica dei dialoghi platonici più noti e discussi, non può mancare il Simposio. Spicca non solo per la profondità della riflessione e per la struttura narrativa, capace di mantenere il lettore incollato al corso degli eventi, ma anche, e soprattutto, perché tratta uno dei temi centrali della filosofia, se non della vita umana tout court: l’amore.

 

Senza dubbio la questione affrontata ha favorito il successo intramontabile del dialogo e il suo diventare un classico in grado di parlare a persone di ogni epoca. Il Simposio ha sempre qualcosa da dirci. Anzi, non dirà mai la stessa cosa neppure alla medesima persona che lo rilegge a distanza di poco tempo. Un’opera come il Simposio, così densa di riflessioni e di spunti, si rivela un costante stimolo a interrogarci sul sentimento che più dona senso alla nostra esistenza. Ho quasi l’impressione, dopo averlo letto più volte, che la profondità del Simposio sia speculare al tema affrontato, che l’una faccia da cassa di risonanza all'altro.

Ma proviamo a dare un assaggio della ricchezza di questo dialogo.

 

Incipit

 

Nel 416 a.c., si tennero grandissimi discorsi sull’amore al simposio organizzato dal poeta tragico Agatone, che festeggiava la vittoria della sua tragedia in un concorso drammatico. Fra gli invitati, troviamo personaggi rinomati: il medico Erissimaco, il nobile e amante di Agatone Pausania, il commediografo Aristofane, l’esperto di retorica Fedro, e ovviamente Socrate. A queste e altre persone si aggiungerà, irrompendo verso il finale del banchetto, anche il famoso Alcibiade, militare e politico ateniese, noto per la sua bellezza.

 

Di quanto avvenuto in questa occasione se ne parla molto ad Atene negli anni successivi e si racconta di tutto e di più, a sottolineare l’eccezionalità dell’evento, quasi leggendario per chi a quel simposio non aveva partecipato di persona. Ed è proprio a distanza di vari anni che un certo Apollodoro viene spronato a raccontare da un amico cosa sia accaduto quella volta a casa di Agatone. Apollodoro, però, non era presente al simposio, come credeva l’amico: ciò che è successo lo ha saputo indirettamente da Aristodemo – «del demo di Cidatene, un tipo basso, che cammina sempre scalzo» – che lì al banchetto vi è stato. Un resoconto affidabile, siccome Apollodoro, che da qualche anno frequenta Socrate, ha poi avuto conferma da questi che il racconto di Aristodemo era sincero.

 

Apollodoro si rivela così pronto a raccontare quanto accade, oltre a essere bendisposto, trattandosi di rievocare alla mente riflessioni filosofiche: i pensieri nei quali l’uomo dà il meglio di sé.

 

« Per mio conto, ogni volta che ragiono io stesso o ascolto qualcun altro ragionare di filosofia, ne provo una gioia straordinaria, anche a prescindere dal vantaggio che credo di cavarne; invece, quando mi tocca ascoltare altri generi di discorsi, e in special modo i vostri (di voi che siete gente ricca e dedica agli affari), io mi annoio e voi mi fate pena, amici miei, che vi illudete di essere attivi e in realtà non combinate nulla. Voi forse mi giudicherete un disgraziato, e penso che pensiate il vero; ma io di voi non lo penso: lo so. »

 

Gli elogi (fantasiosi) su Amore

 

Si narra, dunque, che Aristodemo passeggiava per Atene quando si imbatte casualmente in Socrate, che lo invita a seguirlo a casa di Agatone per il banchetto. Aristodemo, titubante non essendo stato invitato, accetta su pressione di Socrate. Arrivato a casa del poeta, Aristodemo entra e viene accolto calorosamente da Agatone, il quale sottolinea che voleva invitarlo ma non era riuscito a trovarlo. A quel punto, però, il padrone di casa chiede: «E Socrate? Come mai non ci conduci Socrate?»

 

Socrate è infatti rimasto fuori, appartato immobile nell’atrio dei vicini. Su sollecitazione di Aristodemo, lo si lascia nella sua immobilità e solitudine, mentre si comincia a cenare. A metà del banchetto, Socrate entra a casa di Agatone, sedendosi accanto al poeta. Una volta che tutti hanno mangiato, iniziano le libagioni, si canta l’inno in onore di Dioniso e, terminati anche gli altri cerimoniali, si passa al bere. È in questo momento che Pausania consiglia di bere con moderazione, cosa approvata da tutti, al fine di creare la situazione ideale per sviluppare una conversazione filosoficamente pregna, a fronte delle grandi teste presenti. Ed è a questo punto che il medico Erissimaco propone il tema della discussione:

 

« Fedro […] non fa che ripetermi: “Non è inaudito, o Erissimaco, che per altre divinità i poeti abbiano composto inni e peani, ma per Amore, che è un dio così grande e così antico, nessuno mai fra quanti poeti sono esistiti abbia composto un solo encomio? […]”. Credo che Fedro abbia proprio ragione. »

 

Motivo per cui conviene che ognuno dei presenti renda onore al dio. E così, Erissimaco suggerisce «di tenere in lode d’Amore il discorso più bello che sa, e primo sia Fedro, dato che è sdraiato al primo posto ed è nel contempo come il padre dell’argomento».

 

Prima di cominciare con gli elogi, si noti come Erissimaco parli del discorso più bello, dell’elogio che meglio riesca a far rilucere il dio. Un tema centrale, su cui Socrate vorrà dire la sua.

Cominciano così i discorsi, che si incatenano l’uno con l’altro in un crescendo di riflessioni su Amore, in un vero e proprio climax. Angolazioni diverse da cui vedere lo stesso tema, le quali, ognuna a modo suo, fanno riflettere e fantasticare chi legge sul tema dei temi.

Comincia Fedro, per cui «Amore è un dio grande e meraviglioso tra gli uomini e tra gli dei per svariate virtù ma in primo luogo per la sua origine», essendo antichissimo, giunto poco dopo il Caos, ed essendo «causa per noi di beni immensi». Soprattutto, è l’amore il faro che direziona l’agire umano: è «ciò che deve servire di guida per tutta l’esistenza agli uomini che intendono vivere degnamente» – un concetto che ritornerà anche negli elogi successivi.

 

« E cosa intendo con questo? Vergogna di fronte a ciò che è brutto, aspirazione alle cose belle, senza le quali né città né individuo possono compiere imprese nobili e grandi. »

 

Pensate, afferma Fedro: verso quali persone noi ci vergogniamo di più di compiere qualcosa di indecente, e al contempo desideriamo mostrare il lato migliore di noi stessi? Proprio verso chi amiamo. Verso chi amiamo siamo pronti a dare il massimo: «in verità solo gli amanti sono disposti a morire per gli amati» e, dopo aver affermato ciò, Fedro richiama il noto mito di Alcesti, moglie di Admeto, re di Fere in Tessaglia, che accetta lei sola di morire al posto del marito, quando neppure i genitori di Admeto sono disposti a sacrificarsi al suo posto, seppur anziani.

E così, Fedro conclude ribadendo il valore virtuoso dell’amore:

 

« Amore è il più antico e il più onorato degli dei e per gli uomini il più efficace, e in vita e in morte, al conseguimento della virtù e della felicità. »

 

Segue a Fedro l’elogio del nobile Pausania, il quale sente l’esigenza di aggiungere, a quanto detto da Fedro, che Amore unico «non è; e non essendo unico, è più corretto dichiarare prima quale Amore si debba elogiare». Come infatti esistono due Afroditi – una figlia del Cielo, senza madre, dunque celeste, l’altra figlia di Zeus e Dione, dunque volgare – esistono due amori, uno celeste e uno volgare. Un amore conforme al bene e uno che guida gli esseri meschini. Non bisogna dunque elogiare nessuna cosa, neppure l’amore, per com’è in sé, ma solo se essa si delinea secondo la giusta direzione:

 

« Parimenti né l’amare né Amore sono in ogni caso belli o degni di lode, ma solo Amore che induce ad amare conforme al bene. »

 

E tale riflessione si aggancia a un noto passo del Simposio, dove si distingue fra chi si innamora della caducità corporea e chi invece sa aspirare ai nobili caratteri:

 

« Ed è ignobile quell’amante volgare che si innamora piuttosto del corpo che dell’anima; e del resto non può essere nemmeno costante, giacché è innamorato di qualcosa che costante non è. Non appena appassisce il giore del corpo, di cui era innamorato, s’invola lontano, smentendo tanti discorsi e tante promesse; ma chi si innamora di un nobile carattere, ne resta amante per tutta la vita, in quanto si fonde a cosa che resta. »

 

E ritorna, infine, il tema del rapporto amore-virtù: che se dobbiamo diventare “schiavi”, dipendenti da qualcuno, lo dobbiamo fare nell’ottica che costui ci renda migliori.

 

Concluso Pausania, toccava ad Aristofane, che però si ritrova col singhiozzo: lascia allora la parola a Erissimaco, in attesa che il fastidio gli passi.

Comincia così il terzo discorso, tenuto dal medico del gruppo, che concorda sull’idea che l’Amore sia duplice, oltre a sottolineare che esso è una realtà che non riguarda solo gli umani, ma è presente «nei corpi di tutti gli animali e in tutti i vegetali e insomma in tutte le sostanze viventi», una verità che Erissimaco afferma aver appreso con l’arte medica. Oltre a ciò, si sottolinea come l’amore sano sia innanzitutto la capacità di creare armonia fra gli opposti, di creare quell’equilibrio che rende sani gli esseri viventi, come sano è il corpo le cui parti sono fra loro in armonia. Si pensi, in parallelo, all’armonia musicale, che è una concordanza di suoni fra loro opposti, acuti e gravi, che posti nel giusto rapporto creano una melodia. In tal senso, bisogna tener conto nell’uomo sia dell’Amore celeste che di quello volgare, maggiormente diretto ai corpi, siccome entrambi esistono, ma vanno stimolati secondo il giusto rapporto, affinché l’amore volgare non prenda il sopravvento.

 

Giunge, a questo punto, il famosissimo discorso di Aristofane, che a introduzione sottolinea quanto spesso l’uomo trascuri l’importanza dell’amore:

 

« A me pare che gli uomini non abbiano assolutamente capito la potenza dell’amore; se l’avessero compresa, gli avrebbero edificato i templi più grandi e i massimi altari, e gli avrebbero offerto i più solenni sacrifici, non come adesso che non si fa per lui nulla di tutto questo; e pensare che sarebbe la prima cosa da fare. »

 

E subito dopo comincia la narrazione del mito con cui Aristofane cerca di spiegare l’origine del sentimento d’amore fra gli uomini. All'inizio, la natura umana – ci afferma il commediografo – non era come ora: ogni umano era tutto rotondo, «e aveva quattro mani e altrettante gambe, e sopra il collo tondo due facce simili in tutto; e su ambedue le facce, che erano orientate in direzione opposta, una sola testa, e quattro orecchi, e due membri». E le nature umane erano o femminile, o maschile, o androgina, cioè partecipante di entrambe le nature. Questi esseri erano «terribili per forza e per vigore» e per questo cercarono di assaltare il cielo e attaccare gli dei, a dimostrazione delle loro «ambizioni superbe». Gli dei, nel tentativo di capire come punirli, consapevoli che non potevano ucciderli – avrebbero così perso anche gli onori e i sacrifici a loro tributati – giunsero a uno stratagemma. Decisero di tagliare gli uomini in due metà, da cui si originarono gli esseri umani che tutt’ora conosciamo. E così, ogni uomo o donna cerca instancabilmente l’originaria metà a cui, in origine, era fuso. E solo quando la trova, lì può giungere a massimo compimento il sentimento d’amore.

 

« L’amore […] è restauratore dell’antica natura in quanto cerca di curare e di restituire all’unità, di doppia che è divenuta, l’umana natura. »

 

Dopo un breve intermezzo, tocca ad Agatone parlare. Comincia così l’ultimo elogio, prima che prenda parola Socrate. Un elogio che si basa su un iniziale assunto:

 

« Mi sembra in effetti che tutti coloro che hanno parlato prima di me non tanto abbiano elogiato il dio quanto piuttosto si siano congratulati con gli uomini per i benefici di cui il dio li gratifica; ma chi veramente sia colui che questi benefici ha elargito, nessuno ancora lo ha detto. […] è giusto che anche noi lodiamo in primo luogo Amore per quel che è, e poi per i suoi doni. »

 

E comincia così l’elogio di Amore, indicato come il più beato, il più bello, il più insigne, colui che sta fra i giovani e rifugge la vecchiaia e la bruttezza, colui che s’insedia fra le anime tenere. Soprattutto, ciò che è causa di ogni virtù.

 

« Egli ci vuota di ogni ostilità e ci colma di ogni fratellanza. »

 

Concluso questo discorso – che forse, con una certa superficialità, rompe il crescendo di riflessioni che hanno avuto il loro culmine poetico nel mito narrato da Aristofane – tocca a Socrate. Come può lui dire qualcosa di più rispetto a tutti gli elogi già fatti sull’Amore?

 

Qui sta il colpo di scena socratico. Il porre attenzione a cosa si intenda quando si parla di fare l’elogio più bello riguardo amore.

 

 

Ricercare la verità

 

« In verità credevo, nella mia ingenuità, che si dovesse dire quel che è vero a proposito di qualsiasi soggetto da elogiare, e che questa fosse la base, e poi trascegliendo i particolare più belli, si dovesse disporli nel modo più acconcio; ed ero quanto mai presuntuoso pensando che avrei parlato bene solo perché conoscevo la verità. Invece, a quanto pare, il saper lodare come si deve non consiste in questo, ma nell’ascrivere a una certa cosa le qualità più grandi e più belle immaginabili, che poi esse ci siano realmente o no; e se si tratta di false qualità, niente di grave. È stato proposto, a quanto pare, che ognuno di noi abbia l’aria di elogiare Amore, non che lo elogi davvero. »

 

Socrate spiazza tutti: avete fatto bellissimi discorsi, dice ai presenti, ma sono di una bellezza superficiale. Mere decorazioni che non parlano della vera natura di Amore, in quanto sono solo parole vuote, prive di qualsiasi fondamento. Se si vuole elogiare un qualcosa, bisogna sapere cosa esso sia, dire il vero, e solo alla luce della verità porre in evidenza ciò che in tal cosa merita elogio. «Se volete, sono disposto a dirvi la verità», afferma Socrate. E per farlo capire, pone alcune domande ad Agatone. Questi diceva che amore è un dio grandissimo e pieno di qualità. Ma amore è amore di nulla o di qualcosa?

Di qualcosa, risponde Agatone.

E si ama ciò che si possiede o che non si possiede? Chiede Socrate.

Ciò che non si possiede, risponde Agatone.

E dunque amore, che ama la bellezza, è mancante del bello e per questo lo desidera? E lo stesso per il bene?

Agatone non può che convenire con Socrate, ma afferma pure: «Io non saprei come contraddirti, o Socrate, e quindi sia pure come dici tu».

Ma Socrate, imperterrito, dichiara:

 

« È alla verità, o mio amato Agatone, che non sei in grado di controbattere, non a Socrate, col quale non avresti problemi. »

 

Una verità che Socrate afferma aver scoperto grazie a Diotima, sacerdotessa e veggente di Mantinea, nonché sapiente in amore. Grazie a lei, riuscì a capire la vera natura dell’Amore.

 

Amore è ricerca del bello, nonché del bene – da notare il ricorrente legame fra la bellezza e la virtù anche nei discorsi precedenti, di come si intenda il bello come ciò che eleva l’animo umano nella sua globalità. Se è ricerca, esso esprime una mancanza: non può dunque essere espressione della sapienza al suo culmine – ciò che solo gli dèi, nella loro completezza hanno. Chi è sapiente e tutto ha non è alla ricerca di alcunché. Ma chi ama neppure è ignorante: l’ignoranza, infatti, neppure è consapevole di essere manchevole, dunque non cerca di fuoriuscire dal suo stato. Amore è espressione di qualcosa di intermedio e si manifesta in chi ricerca il bello e il bene in quanto la sua anima è in parte pregna di essi, ma non abbastanza da sentirsi sazia. Di conseguenza, consapevole che tali valori esistono ma che non li ha compresi e vissuti appieno, non può far altro che ricercarli incessantemente, a differenza di chi, non avendo mai sperimentato la strada del bello e del bene non può neppure aspirare ad esso. Riecheggia, in tale concezione, il so di non sapere socratico.

 

Amore, afferma Diotima, è un essere intermedio fra gli dèi e i mortali, espressione di questa tendenza a una completezza mai del tutto raggiungibile. Non a caso, Amore è stato concepito nel giorno della nascita di Afrodite (e dunque di essa è seguace) da Penia (dèa e personificazione della povertà) e Poro (dio e personificazione dell’espediente). Amore, di conseguenza, è colui che, seppur povero, cerca con ogni risorsa di ottenere ciò che ama, come l’amante fa verso l’amato.

Proprio nel discorso di Diotima possiamo capire questa relazione dei termini bello e bene che, nella concezione platonica dell’amore, spesso si allacciano. Diotima afferma:

 

« chi è felice deve questa sua felicità al possesso del bene ».

 

L’amore allora altro non è che desiderare il proprio bene, ciò che ci rende felici. In tal senso, l’amore è un sentimento onnipervasivo, che coinvolge l’esistenza umana globalmente. È un elemento che caratterizza ogni aspetto della vita. Quando parliamo di amore particolare – quello diretto a una persona – stiamo solo isolando un singolo aspetto dell’amore.

 

« In generale ogni desiderio del bene e della felicità si identifica per chiunque nel sommo e astuto amore».

 

Soprattutto, noi non vogliamo il bene per un mero istante: vogliamo che il bene permanga.

«L’amore è amore di possedere per sempre il bene» afferma l’oracolo di Mantinea. Ed è in ciò che si trova il senso del partorire, che è la volontà che il bene diventi immortale, che proceda generazione dopo generazione. Il partorire, nel senso più lato possibile di permettere il continuo rinascere e mantenersi di qualcosa, è il tentativo che il bene prevalga, che non cada nell’oblio. Ciò si può vedere nel mantenere vive, in una società, determinate conoscenze ritenute fondamentali, tanto quanto nel partorire una prole nell’ottica che essa prosegua il cammino verso il bene – chi mai fa figli sperando che essi intraprendano la via della contraddizione e del male?

 

In merito Diotima sottolinea come vi siano persone pregne solo nel corpo e che si direzionano principalmente al partorire fisico. Solo i più grandi, coloro che sono pregni nell’anima, puntano prima di tutto a un partorire spirituale, che diffonde «sapienza e ogni altra virtù». Ciò che si può fare al meglio proprio quando si trova un’anima altrettanto pregna di virtù.

 

« E quando poi qualcuno di costoro, data la giovane età, sia pregno nell’anima, dato che  celibe ed è ormai arrivata la stagione opportuna, e desidera partorire e generare, anch’egli, credo, va in giro a cercare il bello in cui generare (mai potrà generare nel brutto). Pregno com’è, agogna i corpi belli e non certo quelli brutti, e qualora incontri un’anima e bella e nobile e bennata, agogna intensamente e l’anima e il corpo e subito con questo individuo si profonde in discorsi sulla virtù e su come debba essere un uomo virtuoso e quali attività debba praticare, e si sforza di educarlo. Infatti, credo, venendo a contatto con chi è bello e frequentandolo, partorisce e genera ciò di cui era pregno da tempo, e che sia presente o lontano, lo ha sempre in mente e alleva il generato insieme con lui, al punto che simili persone hanno fra loro una comunanza molto maggiore che se fosse comunanza di figli, e un affetto molto più saldo, dal momento che hanno avuto in comune figli più belli e più immortali. »

 

La più grande cosa, in sintesi, è generare la virtù, la guida verso il bene per ogni uomo. Ciò davvero rende degna la vita di essere vissuta. Ciò dà senso alla stessa procreazione fisica, se diretta a questa imperitura ricerca del bene.

 

« E fra di voi è onorato Solone per aver generato le leggi, e così altri uomini in molti altri luoghi, sia fra i Greci che fra i barbari, per aver computo molte e nobili azioni e aver generato ogni sorta di virtù. Ad essi in passato sono stati edificati innumerevoli templi in virtù di questi figli, ma a nessuno è stato innalzato un tempio per dei figli umani. »

 

Amore e sapienza

 

Si potrebbe dire molto altro sul Simposio – fra cui l’irrompere di Alcibiade e la narrazione della figura mitica di Socrate, quale uomo dalla fortezza fisica e psichica sovrumane –, nonché parlare dell’amore per come viene inteso anche in altre opere platoniche, in primis il Fedro. Già da quanto detto, però, molti sono gli spunti di riflessione. In conclusione, vorrei però sottolineare proprio il filo conduttore dell’opera. Ciò che nel discorso di Diotima, riportato da Socrate, è centrale, ma che è pur sempre presente in tutti gli elogi precedenti, per quanto fantasiosi essi fossero. L’amore si presenta come un elemento centrale della vita umana: esso è l’anelare stesso verso il bene, e in tal senso non si riduce al mero incontrare la persona amata – la quale, semmai, dovrebbe essere colei che più di tutti potenzia la nostra ricerca del bene. In tal senso, amore è virtù: è ciò che, più di tutto, sprona noi stessi a dare il meglio, a non svergognarci di fronte a chi amiamo, a mantenere una vita degna di tal nome. L’amore è un sentimento che travolge, nella sua immediatezza difficile da metabolizzare, che manda in crisi le nostre certezze, ci fa vacillare. Ma è per ciò qualcosa di irrazionale, nel senso di privo di senso, che ci spinge in direzioni contrarie a quanto riteniamo giusto compiere? O un amore del genere è contraddittorio è malsano? Il vero amore non è, appunto, ciò che potenzia la nostra vita, che ci permette al massimo, in unità con l’altro, di raggiungere i nostri scopi? Dunque, in ultima istanza, il bene che vorremo rimanesse per l’eternità?

 

Un amore, questo, probabilmente difficile da ottenere. Ma, come ci insegna Platone, esso è un ideale e, come per tutti gli ideali, vi si anela indefinitamente, senza mai fermarsi. L’amore è un demone insito in ogni anima umana, che ci obbliga a muoverci senza sosta verso il bene, verso la felicità. Verso la persona che amiamo. 

 

31 marzo 2025

 








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