Commento ed Esegesi al primo capitolo, paragrafo 1 della Nascita della Tragedia di F. W. Nietzsche.
di Mario Magini
« Nella stessa pagina, Schopenhauer ci ha descritto l’immenso orrore da cui è assalito l’uomo quando è improvvisamente posto di fronte a forme sconosciute del fenomeno, quando gli sembra che una delle sue manifestazioni faccia eccezione al principio di causalità. »
Questo passo dell’opera è decisivo, il crinale ultimo da cui Nietzsche sceglie di rompere, filosoficamente e filologicamente da Schopenhauer in primis, e da tutto un contesto filosofico tedesco a lui contemporaneo; rompe da lui come pensatore, da lui come (immeritatamente definito al tempo ed oggi) filosofo e da lui come tedesco.
Schopenhauer ha avuto una grande, iniziale - forse tipicamente giovanile e quindi ingenua - influenza su Nietzsche, soprattutto nei suoi primi anni di studio e di insegnamento. Schopenhauer sosteneva una visione decisamente pessimistica dell'esistenza umana, incentrata sulla inevitabilità della sofferenza, sul soggiogante impulso cieco (la "volontà della Natura") che muove e determina l’uomo in modo non razionale e sull'idea che il mondo fosse dominato dal dolore, dall’angoscia di esistere e dalla minaccia continua dei propri simili. La filosofia di Schopenhauer ha un forte richiamo, da lui rimaneggiato e assai adattato a ciò che sentiva proprio, all'Idealismo tedesco e alla Bhagavad Gita.
Nietzsche apprezzava non poco Schopenhauer, ma stiamo parlando di un apprezzamento e sudditanza culturale che tutti gli studenti di filosofia dell’epoca nonché neo professori subivano, in un modo molto acritico e subalterno e ciò forse solo a causa dell’assenza di un’analisi rigorosa dei postulati e dei fini del canuto docente. Nietzsche prese progressivamente, inevitabilmente e logicamente le distanze da lui e di quel angusto impianto di pensiero, essenzialmente basato su due concetti: il Dolore e la Noia Angustiata della Vita e per la Vita. Nietzsche rifiutò l'idea di una vita dominata dalla sofferenza e la rinuncia “all’opportunità di vivere” come risposta filosofica, etica e morale al dolore. Al contrario Nietzsche sviluppò il concetto dell'Übermensch (Superuomo) come fosse un vero e proprio topos (τόπος, come “luogo/manifestazione specifica” vivente, tangibile), che vede la vita come un'opportunità etica e fattuale, come una sfida interiore, sociale ed esistenziale, al fine di esprimere la propria potenza e creatività, senza in alcun modo cercare di sfuggire alla sofferenza ma abbracciandola.
Quindi, essenzialmente, mentre Schopenhauer intendeva la volontà come una forza che porta inevitabilmente al dolore, Nietzsche la intende come un'opportunità di affermazione e crescita e si distacca quindi dell'ascetismo schopenhaueriano per giungere a concettualizzare una filosofia di vita che celebra l'individuo e la sua capacità di dare forma al proprio destino senza sostegni, fughe, o mistificazioni. Nietzsche ha ravvisato nel lavoro di Schopenhauer una condizione di quasi cristiana sudditanza del genere umano rispetto il Mondo (Welt, nel linguaggio tedesco e più estensivamente nella sua accezione di Tutto) con quanto ne consegue, di passività, di condanna, di essere nati e quindi imprigionati in un carcere sferico, laido, folle e violento.
Nietzsche vuole un uomo primigenio, ma attualizzato, rinnovato, mondo dalle catene e dagli strumenti di contenzione e tortura di questa o quella religione, da questo o quel sistema filosofico, sordo finalmente ai richiami ora sermoneschi ed ora maledicenti dei “sistemi morali” e non importa da chi vengano e con quale fine. Tornare ad un uomo che se è “soltanto” una creatura mortale, allora sia una creatura che proprio perché finita e vulnerabile allora manifesti tutto il suo essere in un’azione continua radiante, esattamente partendo da come è posto nel mondo e con tutto il suo crogiolo di pensieri, emozioni, sensazioni, potenze e disposizioni. Al di là della morale, al di là dei fardelli dialettici greci e romani e della scolastica, al di là di ogni concezione convenuta o imposta di Bene e Male. Costi quel che costi, sia quel che sia, ma stavolta a discapito del mondo. E di chi il Mondo così lo tiene e permane. Questa volta, davvero, che si vada contro quel nesso di “causalità” e che si veda e sperimenti in modo definitivo se ha ragione la disposizione di questo mondo o se, invece, l’individuo singolo, la natura mortale, l’umano «sospeso come una fune tra la scimmia e il SuperUomo» possa finalmente essere Oltre e Al Di sopra (Supra et Ultra) di tutto quanto si sia trovato alla nascita. Lì ove Schopenhauer sentenzia, con la sua forbita bile contro la Natura, contro la Volontà della Natura, contro le moltitudini di esseri umani, ecco che Nietzsche si strappa dal suo accidentale decano. Ecco che Nietzsche vuole invece, profeticamente, artisticamente, in modo supremamente Dionisiaco, volerlo invece abbracciare il Mondo con tutto ciò che contiene e poi trasvalutare ogni cosa ad una nuova Volontà, ad un nuovo e diverso tipo di Umano ed allora arriva la folgorazione: che non è la Volontà della Natura la determinante, ma è la Volontà di Potenza e che solo quest’ultima deve piantarsi nell’uomo, dentro il suo costato, essendo nel Mondo al fine di vincerlo. Di dominarlo.
« Se a questo orrore aggiungiamo l’incanto delizioso che nasce nel fondo intimo dell’uomo, anzi della natura, nel momento d’una frattura simile del principium individuationis, avremo un’idea dell’essenza del dionisiaco, che ci sarà resa ancor più accessibile per la sua analogia con l’ebbrezza. »
In questo passo ecco lo spiraglio, la frattura, lo iato, la breccia salvifica che transea da questo Mondo ad un altro. Questo è il passo che supera il pensiero tedesco, che dismette Lutero, che zittisce i mistici della renania e che ridicolizza Schopenhauer nel suo dialettico odio per la Vita. Il passo è essenzialmente un invito ad accogliere i Misteri ed i Doni del Dionisiaco, come insurrezione interiore verso il Mondo. Un passo che è junghiano, riportando ed incidendo con l’allegoria alchemica di “trasformazione” e di “passaggio” poiché chiama in causa il principium individuationis, la radicalizzazione di ogni processo di trasformazione che conduce ad una unità “senza opposti” e “senza serie”, riportando, credo in un modo senza dubbio voluto, quel Plotino che discorre circa il lavoro di innalzamento e sublimazione irreversibile attraverso la conoscenza del Supremo. Supremo che, non avendo per Nietzsche un nome, allora è solo manifestazione di Sé ed Emanazione (continua) di una Alterità – antecedente il Creato e il Kronos – che vuole essere solamente conosciuta, sperimentata, e che a ciascuno dice, insegna, suggerisce, qualcosa di immensamente importante. Natura ed Ebbrezza, due parole che in Schopenhauer non troviamo o se le troviamo sono per contra poste lì solo come giustificazione di una avversione (e malcelato timore) di tutto ciò che è il mistero della Natura di ogni possibile Bellezza.
Ebbrezza è l’ultima parola di questo passo. Nietzsche parla dell’ebbrezza io sottolineo in due accezioni: una è quella dello stato raggiunto di elevazione, di emancipazione dalla tipologia dell’essere umano comune, l’altra è l’ebbrezza delle pratiche e delle circostanze in cui l’essere umano è accolto e donato all’Oltre.
« Sia per effetto delle pozioni narcotiche, per cui tutti gli uomini e i popoli antichi ci parlano in poesia, sia per la potenza della primavera che nel suo avvicinarsi compenetra di gioia tutte le cose, si risvegliano quei moti dionisiaci che sollevandosi sommergono in un completo oblio la coscienza soggettiva. »
Questo passaggio è curioso in sé, ci rammenta un elemento ancora presente nella nostra evoluzione antropologica e sociale, che non possiamo affatto eludere: la stretta vicinanza e fratellanza che hanno le sostanze inebrianti con certe condizioni interiori dell’uomo ed i periodi dell’anno che esso ha dedicato ad alcune specifiche celebrazioni. L’essere umano, forse, ancor prima di volgere gli occhi a qualcosa di considerato Sacro o Potente ha sicuramente avuto contatto e vissuto l’effetto di quelle sostanze che in natura inebriano, dischiudono, concentrano, direzionano, scagliano in un gorgo terrificante o disvelano silurando verso un Alto che conferisce Beatitudine.
Rito ed Estasi narcotica si intersecano nella ricerca dell’esperienza trascendente, in cui l’individuo può superare i limiti della quotidianità e abbracciare una dimensione più ampia, misteriosa o sacra. Questo passaggio specifico di Nietzsche offre una chiave per accedere alla comprensione di come esperienze estatiche, anche se non sempre positive o pacifiche (ricordiamo i riti iniziatici di Mitra o Era), possano essere interpretate come momenti di profonda affermazione della vita. Nel contesto culturale, inoltre, riti e estasi continuano a essere pratiche che permettono di esplorare la psiche e le sue possibilità, sia a livello individuale che collettivo. Senza alcun dubbio il dionisiaco è legato all'istinto, alla dissoluzione dell'individualità, alla celebrazione della vita e del caos primordiale.
Il rito è un insieme di azioni, comportamenti e pratiche simboliche che si svolgono secondo regole e tradizioni stabilite. Il rito ha una funzione collettiva e spirituale, spesso legata a tradizioni religiose o culturali. Il rito può avere molteplici scopi: celebrare eventi sacri, favorire la coesione sociale, rafforzare legami comunitari, o anche promuovere esperienze di trasformazione personale. Nel caso di riti religiosi o spirituali, l'obiettivo può essere quello di entrare in contatto con il divino, il misterioso o l'ignoto.
L'estasi narcotica, invece, si riferisce a uno stato alterato di coscienza indotto da sostanze che modificano le percezioni sensoriali e mentali. In molte culture e tradizioni, l'uso di sostanze psicotrope come il peyote, l'ayahuasca o l'ibogaina è stato legato a esperienze di estasi, visioni e comunicazione con il divino. L’estasi, in questo contesto, non è solo il risultato di una "perdita di controllo" o di un’abitudine autodistruttiva, ma una ricerca di trascendenza, di accesso a dimensioni superiori della realtà, talvolta viste come una forma di conoscenza superiore o di purificazione.
A tutto questo però bisogna aggiungere un elemento che è sottile, ma a me pare decisivo, un piccolo ma non da poco accenno da parte di Nietzsche e sento di rilevarlo: l’autore ci parla di un momento dell’anno, la Primavera che “compenetra” gli umani. Questo termine, in questa frase, è il modo delicato ma sentenziante con cui Nietzsche rivede molto dell’animale nell’uomo attuale, una creatura che tra tutti i suoi moti naturali ha anche quello del risveglio all’Estro della Natura (o se si preferisce: ad un Estro che è con la Natura). Non siamo poi così lontani dal mammifero piccolo, spaurito, ma svelto e sagace, che uscendo dal letargo appena dopo cercava l’aria salubre, i profumi dei fiori, il cielo azzurro, cibo gustoso, nonché la copula liberatoria che nella fecondità dell’incontro dei sessi vuole affermare la morte dell’Inverno e di tutto ciò che è “inverno dell’anima”. Quella frattura interiore dell’uomo moderno Nietzsche l’ha veduta e la propone allo studioso, la frattura tra la sopportazione del Mondo, della Società, come essere a stazione eretta e le bramosie primordiali, i gesti di vitalità ed animismo, che sempre in qualche modo si fanno breccia dal fondo dell’Anima per riappropriarsi dell'homo sapiens come un fantoccio presuntuoso. Ebbrezza artificiale e tempesta d’estro, lo iato in cui il prototipo d’ogni prete – Socrate – e il Cristianesimo, ma forse anche ogni incombente idea di politica moderna, ha trovato spazio per ulteriormente imbrigliare e condurre a catena questa creatura spaventata ed irretita da se stessa.
« Anche nel medioevo germanico, folle via via più numerose andavano di villaggio in villaggio ballando e cantando prese dal medesimo potere dionisiaco: in codesti danzatori di San Giovanni e di San Vito noi riconosciamo i cori bacchici dei Greci, di cui si trova il ricordo lontano nell’Asia minore e su su fino a Babilonia e alle feste orgiastiche sacee. »
Friedrich Nietzsche rispetto i rituali di derivazione pagana ha, inizialmente, avuto un atteggiamento di non posizione, quindi un atteggiamento ambivalente. La sua riflessione sui rituali pagani è strettamente connessa ad una critica radicale della religione cristiana ed alla sua fagocitazione, digestione e dis-integrazione della antecedente cultura greco-romana, che ha sempre considerato una fonte di ispirazione, grande forza spirituale e creatività liturgica (in senso laico, animistico).
Nietzsche ora chiaramente ravvede nei rituali pagani una forma di celebrazione incondizionata della vita terrena, del corpo liberato dalle maglie della morale cristiana e della libertà individuale a fronte della implicita fragilità e mortalità. Enfasi sul corpo, sull’energia vitale, sull’istinto, sull’abbandono ad un Esteriore ritualizzato che convoglia poi all’Interno dell’animo, tutti rappresentano una visione del mondo che non disprezza la vita e la carne, un abbraccio gioioso e disperato, senza vergogne, senza giudizio, senza paura della morte o della sofferenza.
Proprio in questa opera c’è l’enunciazione di questo rimando potentissimo a tutto quanto vi è stato prima di non-cristiano. È proprio in questo libro, che nell’ebrezza sperimentata e nel raccordo tra umano e natura egli ascrive e cesella il primo abbozzo del suo concetto di dionisiaco. Il dionisiaco (associato al dio greco Dioniso, simbolo della natura, dell'ebbrezza, e della dissoluzione dell'individualità) è l'opposto dell'elemento apollineo (associato al dio Apollo, simbolo dell'ordine, della razionalità e della forma), ma attenzione: è la Fusione, il movimento libero, incondizionato, di questi due principi – il dionisiaco e l'apollineo per l’appunto – che produce il Superamento del Mondo così come esso è, la Trasvalutazione di tutti i valori Morali. Il rituale dionisiaco, quindi, tra tutti, rappresenta il punto più profondo e per paradosso più chiaro nell’esperienza di abbandono ed esperienza della propria natura, che qui a questo punto sarebbe opportuno definire proprio come il Sé (il Sé junghiano). Forza primitiva e misteriosa della vita, senza alcun commento da parte di imperatori o papi, di esegeti o moralisti, di critici o commentatori. In questo senso, i rituali pagani, con la loro affermazione della vitalità, della bellezza terrena e della libertà individuale, sono l’attuazione ed affermazione di una forma di resistenza alla morale, alle morali, alle minacce sociali, tutte intese come espressioni di qualcosa di Anti-Vitale e Decadente.
Non si è mai estinto, o non è mai stato scacciato dalla morale cristiana, un desiderio di ritorno a forme di esperienza che fossero più autentiche e legate alla realtà della vita terrena, e in questo senso i rituali pagani, in particolare quelli che evocano l'ebbrezza dionisiaca, rappresentano per lui non solo un modello positivo ma anche un elemento di reazione ed epifania.
I danzatori di San Giovanni e San Vito si riferiscono a casi storici di coreomanìa di massa che attraversarono parti dell'Europa tra il XIV e il XVII secolo. Il fenomeno dei danzatori di San Giovanni è emerso principalmente nel XVI secolo, dove in regioni come l’Alsazia (storica è l’epidemia del ballo di Strasburgo del 1518), gruppi di persone cominciavano improvvisamente a ballare incontrollabilmente per le strade, spesso saltando, tremando e convulsionando per ore o addirittura giorni. Questi episodi erano sconcertanti per i contemporanei, che a volte li interpretavano come espressioni di fervore religioso, possessione demoniaca o il risultato del giudizio divino. I partecipanti sembravano essere in uno stato simile a trance, ignari del loro ambiente e inconsapevoli di stanchezza o dolore, talvolta portando a lesioni o morte per esaurimento.
La notte di San Giovanni, il 24 giugno, si caratterizzava per danze popolari e riti legati al solstizio d'estate, una festività che celebrava la luce e la sua invincibilità nonché la fertilità della terra, delle messi, degli uomini, delle donne e la longevità dell’esistenza.
I citati "danzatori di San Giovanni" sono spesso associati a cerimonie che si svolgevano all'aperto, attorno ai falò o nei campi aperti, ove tutti i membri della comunità venivano coinvolti in danze rituali che avevano lo scopo di celebrare la natura, la protezione contro gli spiriti maligni e la prosperità dei raccolti. Queste danze erano anche un'occasione per le comunità di riunirsi, divertirsi, in parte sovvertire un ordine routinario e favorire gli incontri a scopo matrimoniale. Specifico che l'aspetto folklorico, antropologico di queste celebrazioni è associato a pratiche magiche, sciamaniche, divinatorie, propiziatorie, in cui il movimento e il ritmo della danza erano considerati in grado di produrre effetti benefici sulla salute, sul raccolto o sulla protezione dalle forze oscure.
Gli individui affetti dal Ballo di San Vito, chiamato così in riferimento al santo patrono dei ballerini, ballavano vigorosamente ed incontrollabilmente, spesso fino a che non svenivano. Questi episodi hanno spesso motivato pellegrinaggi di massa alle cappelle e ai santuari dedicati a San Vito, dove i sofferenti cercavano guarigione e sollievo attraverso il rituale e la preghiera.
« Non mancano coloro che, per mancanza d’esperienza o per stupidità, trovandosi per loro conto pieni del sentimento d’una perfetta salute, dileggiano o deplorano quelle manifestazioni considerandole "malattie collettive": questi poveri di spirito non sospettano quale aria cadaverica e spettrale assuma la loro "salute" quando con un rimbombo gli scorra accanto la fiamma di vita dei tripudianti dionisiaci. »
Spettacolare passaggio di Nietzsche su e contro i tanti, tantissimi, “coloro” che formano la fiumana umana della statistica e sommaria definita normalità e degli incatenati a questa o quella forma di dottrina contenitiva gli istinti naturali. L’abbandono dell’essere umano all’atto rituale e spirituale della rivelazione, l’aprirsi delle emozioni più autentiche e speranzose in un gesto collettivo di slancio, è stato ed è sovente inteso come follia collettiva, isteria, regressione comunitaria, infantilismo di massa. Ma non è così. Questa parte deve essere letta al suo esatto contrario, tenendo bene a mente una sola parola ovvero salute (N.b. “trovandosi per loro conto pieni del sentimento d’una perfetta salute”).
La borghesia è nell’occhio feroce della critica di Nietzsche, poiché è solo e solamente un gruppo sociale che rappresenta l'ascesa della mediocrità, della conformità e della più assoluta "decadenza" della cultura europea. Nietzsche non usa esplicitamente, in questo o altri scritti, il termine "borghesia" né tantomeno è un concetto centrale nelle sue opere, ma le sue critiche alla società moderna si riferiscono proprio a quelle caratteristiche che – già all’epoca – definirono la borghesia del suo tempo, in particolare nell'epoca post-rivoluzionaria e nella crescita della società capitalista industriale, come la trionfante tendenza ad “accaparrare e consumare” ogni bene, in una vita priva di slanci spirituali o artistici, dominata dal conformismo, dalla censura da parte dei pari o di organi specifici, dall'efficienza del ciclo produttivo, dalla produttività che giunge al limite di essere fine a se stessa e dal benessere materiale. Questo atteggiamento era secondo Nietzsche l'opposto della vita autentica, poiché essa richiede una visione potente, rischi accettati, passione e grandezza, qualità spirituali ed ascendenti la babilonese torre della società.
Si nota in questo passaggio, grazie alle parole scritte, come l’individuo normalizzato scambi per salute una condizione che è, invece, di ritrazione totale dal fenomeno della Vita e dalle sue più intense pulsioni, dalle sue capitali evolutive prove. Vi è, nella società degli inquadrati, il rifiuto di sonore vittorie poiché l’occhio dell’animo è tutto incentrato sul rischio di possibili brucianti sconfitte. Nietzsche in questa parte è lapidario: una vita senza scosse, cicatrici, esaltazioni e peregrinazioni è una vita già in sé caduca, avvilita, avvizzita, morta, si nasce abortiti all’impresa di vivere; si è un essere non-vivo tra i non-morti-senza-Vita che compongono la Società. La prospettiva scenica del paesaggio evocato da queste parole è proprio quella di spettatori che osservano un gesto celebrativo collettivo, un rituale (non importa se spontaneo o codificato) espressivo e che in esso vi pongono tutto il loro elaborato ed irreversibile rifiuto ad essere di più, ad andare oltre, a discendere nel proprio girone esistenziale ed a tornarvi vivi e conquistati da qualcosa che dia un significato più alto alla Vita che i semplici nascere, consumare, crepare. Il tutto senza questionare troppo l’arrangiamento della società o le risposte fornite ora dallo Stato ed ora da un Clero. Il tutto pare una sfilata di vivi invasati innanzi le anime trapassate dell’Ade; il tutto ci riporta a quelle strade d’oltralpe nelle quali una tuba e un buon vestito facevano l’uomo civilizzato fiero fino al midollo (ma senza un chiaro Perché) di essere tedesco, o austriaco, o inglese, e bardato di questa ottundente fierezza trasportato e tracimato dentro ed attraverso le titaniche guerre e scannamenti di un'Europa sempre troppo piccola e ormai già troppo anziana per possenti, vigorose, armate e nervose nazioni. Nazioni drogate dalla loro stessa onnipotente concezione di identità, di civiltà, di storia e pretese territoriali. È la mancanza di esperienza, è la stupidità, è la piccineria tipica della borghesia europea che in duecento inarrestabili anni (1650 - 1850), grazie a re miopi, ad imperatori improvvisati, a mercanti instancabili, a rivolte ben riuscite, a rivoluzioni risolte a metà e con insurrezioni pagate dolorosamente. Questa borghesia descritta da Nietzsche sente di sedere sullo scranno più sicuro possibile, quello che non c’era, ossia la nuova razza padrona, che in una sequela mirabile di colpi apoplettici e conati ideologici storici, ha scansato il clero e le nobiltà quel tanto che bastava per farsi un nome indiscutibile ed accedere a risorse intonse.
Nei quadri fiamminghi del primo quarto del diciassettesimo secolo si vedono assai bene, guardando dritto negli occhi l’osservatore: paghi del denaro, in dimore di solito strappate con l’inganno a famiglie rivali o a ebrei portoghesi con l’accusa di stregonerie, e la borghesia si autoelegge come statuto eterno di tutto ciò che è Forte, Nobile, Civile ed Auspicabile in Europa.
Che devastazione, che contrasto, ma non è forse Nietzsche proprio il poeta e il fabbro della prosa della devastazione e dei contrasti? La Borsa di Amsterdam, le mura di Roma ed i Porti di Londra sanciscono un nuovo ordine mondiale: schiavitù, che all’inizio è carne per i campi da coltivare (la schiavitù continentale) poi legno e spezie (imperi marittimi) poi diviene carbone e fumo (il vapore delle industrie); pace e guerra si confondono ma gli affari non s’interrompono mai e in questa inesauribile forza che trangugia beni trasformandoli in moneta, ogni altra possibile forma di vita viene scacciata ed annullata. Starsene in una bella casa opulenta, avere servi, maggiordomi, domestiche giovani ed accondiscendenti, figli maschi tanti e qualche femmina per le alleanze tra famiglie, uscendo a far bella mostra della propria persona, sono il dettame sociale del nuovo assoluto credo: Dio è d’Oro, meglio che Dio è Mammona, è tornato il Vitello d’Oro di biblica memoria ed in Europa si diventa padroni del destino di tutti, anche del Re e del Clero. La salute non la si deve più agli Dei, o a Dio Padre che mandò suo figlio Gesù a morire in croce per tutti. No, perché la salute è il denaro e la rispettabilità sociale, e l’unico credo in Europa è il denaro stesso con le borse di cambio elette a nuove cattedrali d’ogni speranza e bisogno.
xx marzo 2025