I misteri e i doni del Dionisiaco – Parte 2

 

Commento ed Esegesi al primo capitolo, paragrafo 1 della Nascita della Tragedia di F. W. Nietzsche.

 

di Mario Magini

 

Guido Reni, "L'Aurora"
Guido Reni, "L'Aurora"

 

« Il fascino dionisiaco non stringe nuovamente soltanto il nodo fra uomo e uomo, ma anche la natura estraniata, nemica o assoggettata celebra la festa della sua riconciliazione col figlio perduto, l’uomo. La terra offre spontaneamente i suoi doni, e le fiere rapaci delle rupi dei deserti s’avvicinano pacifiche. »

 

Se immaginiamo questo scritto come una sinfonia musicale, le righe che abbiamo appena letto sarebbero l’inizio della sua vera e propria ouverture centrale, ove i temi accennati, le melodie preparatorie, giungono a compimento ed espletano il cuore del suo senso e del suo messaggio. Il Dionisiaco non è manifestato come un atto che arriva ed irrompe nella esperienza degli uomini, la scelta stilistica di Nietzsche è solamente descriverne l’insito potere, la sua suprema capacità di trasvalutazione, il donativo insperato di ogni piacere e umane speranze. Viene descritto e basta, attende l’essere umano in un momento non prevedibile e in un luogo della vita assolutamente incerto ma fatale. Ne viene data declamazione, come raggiungerlo o ottenerlo è questione di Fato personale, una Chiamata, e non deve mancare una notevole misura di disperazione e di delusione circa il genere umano. Il suo Potere è Riconciliare, Pacificare, Armonizzare, Dischiudere, Avanzare e Innalzare (Supra et Ultra). La rinnovata vicinanza tra uomo e uomo, ché nessuno dei due sia poi in alcuna circostanza di minaccia o sopraffazione all’altro; la Natura che torna come liberata dalle aberrazioni dell’avidità e del possesso, restituita a se stessa, salva dai legacci delle ferrovie, del vapore, dai luoghi di trasformazione e produzione in una imitazione cieca, disordinata e folle di un formicaio umano, delle ciminiere imbrattanti il cielo. La Natura riaccoglie in sé l’Uomo, la Donna, e ogni Identità sentita, abbisognata e scoperta dai Sapiens, tutto il genere umano è un nuovo, diverso e unico Figliol Prodigo. Il Morale torna all’Assoluto, ma questa volta in un accorato abbraccio di una Madre (manifesta, feconda, saggia e ciclica) che storna via ogni sperimentato dolore, ogni subìta mutilazione e scissione, e la Potenza Feconda di questo Materno riaccoglie senza remore tutto il genere umano, che si redime essendo lungamente stato quella creatura che era riuscita ad inventarsi la più assurda delle follie: la necessità di essere orfano del Creato, di divenire artefatto, contorto, menzognero, schiavo di altri schiavi e dolorosamente ramingo all’interno del suo stesso cuore ed anima. In questa unificazione definitiva non c’è più bene o male, non esiste più morale o anti morale, lo Stato è evaporato dentro le sue stesse ceneri e le chiese ammutolite dalle loro stesse avidità e nefandezze.

 

« Il carro di Dioniso, coperto di fiori e di ghirlande, è tirato da pantere e da tigri accoppiate sotto il suo giogo. Si tramuti in un quadro “l'Inno alla gioia” di Beethoven e non s’arresti la fantasia fino a quando milioni d’uomini non cadano ossessi nella polvere: soltanto così potremo avere un’idea del dionisiaco. »

 

Immagine più pagana, potente, esaltante e vitale non poteva esservi: la presentazione della scena col carro di Dioniso, che Nietzsche sceglie proprio come rappresentazione plastica e dinamica di una celebrazione al di sopra di ogni possibile umana speranza. Il Divino Vitalistico, il superamento di ogni confine orizzontale, in favore di una ascensione estatica avulsa di parole, ecco che ha preso forma. Il carro di Dioniso è il simbolo che richiama in assoluto più di tutti il culto del dio e il culto di tutte le cose che lo rappresentano e richiamano: il vino, la fertilità, la follia che profetizza e che chiaramente vede, i corpi pronti all’accoppiamento, i sorrisi sgargianti, i fiori e le piante lordi di colori, forme e profumi. Un Rito, una Processione, uno Spettacolo teatrale, un’Orgia, un Banchetto.

 

Non ha esitato l’autore ad usare tutto il significato simbolico di questo carro, Trionfo di Dioniso sulla razionalità fine a se stessa, sull'ordine piramidale mantenuto dalle galere e dalle punizioni, il dio stesso incarna l'estasi come un mezzo di transizione tra la sfera terrena e quella divina, un trasporto che porta gli esseri umani dalla condizione ordinaria alla partecipazione in esperienze trascendenti, epifaniche e liberatorie. In un contesto più filosofico, il carro di Dioniso può anche simboleggiare l'unione tra l'elemento razionale e l'irrazionale, il controllo e l'abbandono, tematiche che emergono nel pensiero e nella religiosità dionisiaca. Il dio Dioniso, infatti, rappresenta anche il potere del trascendimento della realtà quotidiana attraverso la passione e l'emozione.

 

Nel contesto esoterico, il "carro" è un simbolo spesso associato a temi di viaggio spirituale, rinnovato controllo del proprio Destino, direzione secondo il suggerimento di un Mistero svelato, vittoria, forza di volontà e viaggio interiore. Questo simbolo appare frequentemente nei bassorilievi, nelle pitture murarie, nei tarocchi. Proprio più specificatamente in relazione ai tarocchi credo sia necessario estendere ulteriormente questa bella immagine che ci ha donato Nietzsche, e sottolineo proprio i tarocchi e la simbologia ascritta in essi dove il Carro è una delle carte più significative. Il Carro celebrante la Vita, qui nello scritto, è Vittoria e Trionfo, poiché in molte tradizioni esoteriche, rappresenta il trionfo sugli ostacoli e sulle difficoltà, un viaggio che porta a una vittoria ottenuta attraverso la determinazione e il controllo. In questo senso, è simbolo di successo che deriva dall'abilità di mantenere l'equilibrio e la concentrazione di fronte alle sfide. Un altro significato associato al Carro è il controllo delle forze opposte, poiché in molte rappresentazioni il Carro è guidato da una figura che controlla due cavalli (o sfingi, o cavalli fatati o come in questo caso pantere e tigri), simbolizzando la necessità di dominare le forze in conflitto dentro di sé. Questo simbolo enfatizza il potere della volontà personale, della Volontà di Potenza, nel mantenere l'armonia e il movimento verso un obiettivo. Ancora, il Carro può essere un viaggio spirituale, un cammino verso la conoscenza o l'illuminazione definitiva. È un simbolo di spinta interiore che guida una persona lungo il suo percorso, non solo nel mondo materiale, ma anche in quello spirituale e interiore. Nel simbolismo esoterico le creature che trainano il Carro rappresentano spesso forze contrastanti, come la mente razionale e l'intuizione, il corpo e lo spirito, la luce e l'oscurità. Indubbio che la pantera e la tigre siano, allo sguardo di uno junghiano, l’aspetto Ombra e l’aspetto del Sé emergente. Il Carro è anche un simbolo di protezione divina e guida. È visto come un mezzo attraverso il quale si può superare il caos della vita, come se fosse guidato da una forza superiore che orienta chi lo guida verso il giusto cammino. Il Carro può anche rappresentare il cammino dell'eroe o il percorso dell'iniziato che, attraverso prove e sfide, raggiunge la realizzazione di sé. Rappresenta la fase di azione, di scelta, di determinazione assoluta ad individuarsi come creatura unica e potente, in cui l'individuo è pronto a fare progressi decisivi nel proprio percorso spirituale o nella vita quotidiana.

 

Hieronymus Bosch, "Il giardino delle delizie"
Hieronymus Bosch, "Il giardino delle delizie"

 

« Ecco che lo schiavo è libero, ecco che tutti spezzano le rigide barriere nemiche, che il bisogno, l’arbitrio o la “moda insolente” hanno interposto fra gli uomini. Ecco che, nel vangelo dell’universale armonia, ognuno si sente non soltanto unito, riconciliato, fuso col suo vicino, ma addirittura uno, quasi che il velo di Maia fosse strappato e soltanto ne volteggiassero i brandelli davanti al mistero dell’Uno primigenio. »

 

La rivelazione del Dionisiaco inevitabilmente disvela gli occhi degli esseri umani, la comune speme vitale risuona in ciascuno, secondo le sue possibilità e secondo la sua evoluzione, e si compie la strada sino allo strato di veritiero di ciascuno. Le classi, le caste, la categoria, il ceto, l’appartenenza a questa o quella corporazione, il gruppo, il livello ed ogni possibile categoria di rango si polverizzano. Il fuoriuscire dagli steccati e strettoie delle umane, macchinose, necessità. Ecco che in questo passo Nietzsche afferma la liberazione individuale assoluta di tutti gli esseri umani, ma da che cosa? Dai giochi e gioghi, sovente crudeli, infami e laidi, dei loro stessi simili. Il concetto di liberazione individuale qui deve essere inteso nell'idea – tramutata in azione progressiva ed ascendente – che ogni individuo abbia il diritto e la possibilità di raggiungere la propria autonomia, indipendenza e realizzazione personale, liberandosi da tutte quelle condizioni esterne (ed interne in quanto apprese socialmente) che limitano il suo potenziale espresso. La liberazione dalle costrizioni sociali contempla la possibilità di affrancarsi e sfuggire a norme sociali, aspettative culturali o pressioni familiari che li obbligano a conformarsi a modelli di comportamento predefiniti, che non riflettono la loro più intima e potente natura, i loro più autentici ed innocui desideri o le suggestioni e direzioni in relazione alla loro identità autentica. E questo è quanto concerne l’aspetto psicologico, etico, morale, esistenziale, a cui dobbiamo aggiungere un secondo elemento ovvero la liberazione economica. Questo aspetto riguarda la possibilità di un individuo di raggiungere la propria indipendenza economica, al fine di essere totalmente responsabile e fautore del proprio destino, eliminando la dipendenza da altre persone o da alcune istituzioni o forse, ancora, elemento ulteriormente fondante tutto questo, che la dignità di quella persona non venga schiavizzata, usurpata, distorta o annichilita in cambio del solo vile denaro o di una condizione di minima decenza esistenziale. In questo Vangelo Universale, come scrive Nietzsche, in questa annunciazione non solo laica, ma antitetica le architetture delle masse e della globalità, sta come base assoluta ed angolare la liberazione psicologica del singolo individuo da ciò che, nel Mondo, è gioco e giogo sociale: questa liberazione ad opera del Dionisiaco implica la capacità di realizzare la propria condizione di schiavitù ed asservimento ai sistemi di steccati e corridoi di cui è provvista un determinato tipo di società, e il fine primo ed ultimo di tale liberazione psicologica (che deve essere anche esistenziale e spirituale) è il liberarsi da tutte le convinzioni limitanti, umilianti, minacciose, vendicative presenti attorno noi, così da prendere contatto e spezzare i traumi passati del vivere o i condizionamenti mentali che impediscono la piena, raggiante, radiosa espressione del Sé. Questo atto, bellissimo in spirito e forma, di rivolta al Mondo così come esso è, non può prescindere in Nietzsche nel recupero di un Bisogno ed Esperienza di un Uno primordiale che è somma ed espressione continua di qualità e potenze, anziché divisione e frazionamento in una schismogena classificazione di tensioni e limiti. L'Uno Primigenio è concetto che affonda le sue radici in una fase storica e culturale del mondo, ove Occidente, Medio Oriente ed Oriente non avevano alcuna distinzione o ragione di esser suddivisi, poiché tale concetto giaceva e si spandeva nelle risonanze interiori dei cercatori di Verità antichi, e non poteva essere escluso o recluso dalle credenze, dai fideismi o dalle organizzazioni strutturate di fedeli di qualsiasi tipo. Questo Uno Primigenio è spesso associato all'idea di una Realtà Altra, originaria, indivisa, assoluta da cui un Tutto ha poi avuto origine e piena manifestazione. È principio che immensamente trascende le divisioni nazionali o antropologiche, e le dualità di pensiero e giudizio, rappresentando una totalità primordiale e indivisibile però sempre presente. Incancellabile, ineludibile, innegabile, che sempre torna con la sua stessa manifestazione materica ad emettere un discorso, o se preferite un canto o una sinfonia. Nel pensiero filosofico e mistico, l'Uno Primigenio viene spesso descritto come un'Entità che è oltre il concetto di molteplicità, o con le parole di Plotino «l’Uno senza opposti, Elemento senza possibilità di serie» (N.d.A.: il termine serie deve essere inteso come valore numerico o tipologia temporale e cardinale, ma in senso negativo, ovvero che non è possibile). In molte tradizioni questa unità primordiale è vista come il fondamento di tutta l'esistenza degli elementi che compongono il Mondo, il Cosmo, e tutti i mondi presenti in esso. Tutto ciò è una diretta emanazione, produzione di questo Uno Primordiale. Da esso scaturiscono tutte le forme di vita, le energie, le interazioni e le manifestazioni in ogni grado possibile, dalla particella sino al buco nero. Per completezza riporto di seguito tre riferimenti netti a questo Uno Primordiale che hanno attinenza e consonanza con quanto dettoci da Nietzsche:

  • Vedanta (induismo): Nella filosofia Vedanta, il concetto di Brahman rappresenta l'Uno primigenio, una realtà assoluta che è al di là della percezione sensoriale e che è la vera natura dell'universo. La molteplicità delle forme e dei fenomeni è vista come una manifestazione dell'Uno, ma in ultima analisi, tutte le distinzioni sono illusioni (Maya).
  • Neoplatonismo (filosofia sia esoterica che essoterica): in Plotino, l'Uno è l'origine e il principio di ogni realtà. Non può essere definito o comprendere altro che sé stesso, ed è al di là di ogni distinzione. L'Uno è la causa prima e la sostanza ineffabile da cui emana l’intero universo. 
  • Teologia cristiana mistica (Meister Eckhart e Ildegarda di Bingen): in alcune visioni mistiche cristiane, l'Uno primigenio è identificato con Dio, il quale è sia trascendente che immanente. L'idea che tutto derivi da una singola sorgente divina risuona nell'idea di un'unione di tutti gli esseri in Dio. Ultime parole circa questa parte è, penso da sempre, il richiamo al velo di Maya, ai suoi brandelli, e ho possibilità di ritenere che sia un rimando a quella Maya che per Schopenhauer è inviolabile e insuperabile, ma che qui Nietzsche grazie a tutta la manifestazione del Dionisiaco ritiene di aver infranto e superato.
Georgeg, mosaico di Dioniso e Acme a Paphos
Georgeg, mosaico di Dioniso e Acme a Paphos

 

« Con il canto e con la danza l’uomo rivela d’appartenere a una comunità superiore: egli ha disimparato a camminare e a parlare, e danzando è sul punto di volarsene via per l’aria. Nei suoi gesti parla l’incantesimo. Come adesso gli animali parlano e la terra dà latte e miele, così risuona in lui una realtà soprannaturale: egli si sente come un dio, e incede rapito e sublime, come in sogno vide incedere gli dei. L’uomo non è più artista, è diventato opera dell’arte: la potenza artistica di tutta la natura, per la suprema e tranquilla gioia dell’Uno primigenio, si rivela ora nel brivido dell’ebbrezza. La creta più nobile, il marmo più prezioso vengono ora impastati e scalpellati: l’uomo; e ai colpi di scalpello dell’artista dionisiaco costruttore di mondi, risponde l’appello dei misteri d’Eleusi “O milioni di creature, vi prosternate? O mondo, hai il presagio del tuo creatore?” »

 

Torna il motivo artistico ed espressivo che è l’argomento centrale di tutta l’opera e il primo movimento della Nascita della Tragedia, il canto e la danza. Sottolineo canto e danza che sono altro rispetto l’espressione teatrale e la tragedia vera e propria, poiché Nietzsche è fin troppo consapevole che il teatro è portato e rappresentazione dell’Apollineo e tutto questo suo lavoro, non è sulla Tragedia greca in quanto tale ma è su l'Arte Dionisiaca che passa, trapassa e supera il il Teatro come mezzo di formazione ed educazione sociale così come era nel mondo ellenico. Solo chi danza e canta, invasato e offerto al Dionisiaco, può riconoscersi in quel afflato e rivelazione che lo pone tra i pochi, pochissimi, capaci di essere e vivere distanti da quanto Apollo è, impone ed offre. La sarabanda di umanità, elevata oltre il Teatro, diviene corpo espanso e monade d’infinite sfaccettature che in pura celebrazione afferma un grado nuovo di esistenza; anche i più banali e fondamentali gesti propri dell’essere umano, il camminare in posizione eretta e la fonazione della parola ecco che sono stravolti, annullati, trasfigurati e il Parlare diviene subito solo Canto, e il Camminare diviene subito solamente Danza. In questa allegoria l’uomo è posto al di sopra della terra, che qui pare più patria sconcia ed addolorata di erranti e di limitati, e se ne sta appena un poco più sotto degli dei ed è accolto da essi quasi come avesse compiuto il suo definitivo e millenario riscatto da ogni timore, da ogni bestialità civilizzata. Qual è il fine ultimo di tutto questo? Che l’uomo non abbia più bisogno di essere artista, di prodursi e figurarsi l’arte bensì che sia egli stesso vivente, compiuta, rapsodica, opera d’Arte e l'ebbrezza dinamica che questo raggiunto grado lo pervada ben oltre la resistenza del suo corpo e comprensione della sua mente. L'euforia Dionisiaca di questa Evoluzione è l’esperienza di estasi, di connessione profonda con un divino che non è tenuto al guinzaglio da alcun clero e che non deve giustificare con le sue parole o incensi le bramosie sanguinolente dei governi. Tutto in questo passo meraviglioso di Nietzsche, è Universo, è Uno, è Realtà superiore. Questo stato più che Gioia è illuminazione o trascendenza, in cui l’umano sente di essere unito a una forza più grande di sé e del suo Sé. In molte tradizioni spirituali, l'euforia viene vissuta come una forma di elevazione dell'anima, che porta alla percezione di un'armonia universale o alla comprensione di verità più profonde. Questo è il segno indiscutibile di una rinnovata, virginale, autentica vicinanza con il sacro; questo stato è in se stesso un senso di pace interiore anche nel conflitto, di amore universale senza sentimentalismo o colpa, è totale abbandono al momento presente; è assunzione completa dei doni insiti nei propri talenti e fiducia nelle forze che animano e conducono, il tutto in un sol concetto: puro ed assoluto Amor Fati.

 

La persona che avesse così donato ogni livello ed entità del suo essere, potrebbe sentire di aver raggiunto uno stato di purificazione e di unione con il divino – nello specifico e nel seminato di Nietzsche sottolineo la purificazione dal peggio della società umana e di unione trascendente (ma non con quanto è in nuce nelle ecclesie e culti fideistici). "Purificazione dalla società" è un concetto che può essere interpretato in un desiderio di distacco dai condizionamenti sociali, da aspettative o ruoli imposti dalla società, e cercare una sorta di libertà, ribellione, redenzione dai condizionamenti o autenticità del pensiero e delle emozioni. Se lo pensiamo strettamente come un concetto filosofico attivo, ovvero una ideazione cui segue determinazione, potrebbe trattarsi di un processo di "rigenerazione" in cui una persona cerca di liberarsi dalle influenze esterne per avvicinarsi a una verità o una forma di vita più autentica e significativa. Il concetto di "purificazione dalla religione" deve qui essere inteso come processo del liberarsi dalle strutture (cognitive ed emotive) che propriamente rendono una chiesa capace di imporsi sul singolo e sulle masse, dai dogmi e influenze della religione istituzionalizzata, al fine di raggiungere una comprensione più personale e libera del sacro, della Trascendenza, del rapporto Materia/Tempo.

 

Alcuni possono vedere la "purificazione dalla religione" come il rifiuto delle credenze imposte, delle pratiche rituali o delle norme morali che derivano dalle religioni organizzate. Questo è un assoluto e necessario atto di libertà intellettuale e spirituale, di emancipazione radicale dalla religione come sistema di controllo psichico, emotivo, sociale, economico, alimentare e di lavoro. Più propriamente sento di affermare che sul seminato di Nietzsche la purificazione dalla religione è processo di liberazione dalla "mente religiosa" così come la ritroviamo nei monoteismi odierni, un modo radicale e lucido per riconnettersi con la Realtà e il mistero del Trascendente senza l'interferenza di credenze soprannaturali o di legiferazioni (circa il privato ed il pubblico degli individui) da parte delle strutture religiose. In ogni caso, senza ombra di dubbio, tale duplice Purificazione è un unico concetto che implica un atto di rivolta e liberazione, di ricerca di autenticità, e non può che essere visto come una forma di illuminazione personale, di responsabilità acquisita verso la propria crescita personale, spirituale e intellettuale.

 

 

xx marzo 2025

 







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